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nov 08

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I miei 69 anni – in bici da Castelponzone a Milano – report Elio Pravettoni

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ giunto il momento per fare il punto, anche perché ieri, 6 ottobre 2012, c’è stato un avvenimento molto importante. Sono riuscito, finalmente, a organizzare quello che mi frullava nella mente da parecchio tempo:

percorrere Castelponzone – Milano in bici come aveva fatto mio nonno nel 1944.

Avevo rintracciato, tramite quel magnifico strumento che è Internet Exsplorer, indirizzo e numero di telefono del mio amico Rosimbo Colombi, detto “Bimbo”, l’ultimo dei “cordai”. Subito dalle primissime telefonate avvertii un senso di gaia esultanza, anche se parlavo al telefono con la moglie Angioletta perché l’ottantaduenne Bimbo è discretamente in forma, ma l’apparato acustico non funziona molto bene.

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Elio Pravettoni e Bimbo

Quindici giorni di accordi e preparativi, i miei amici devono essere liberi da impegni, il cielo sgombro da possibili nubi e temporali, collaboratori esenti da obblighi … tutto è pronto per il primo sabato di ottobre.

Miei assistenti Alessio e Guido Friz. Ore 7.30, dopo che non ho chiuso occhio per l’intera notte, partenza con  mio figlio che ci accompagna in auto sino al paesello. Abbattuto un sedile e caricate le bici, io mi accomodo sul piccolo posteriore e lascio Guido al fianco di Alessio. Tra i due, per l’intera strada, intercorse un dialogo molto tecnico che passava dai neutrini alle nuove ricercate apparecchiature di radiologia. A parte che non sarei stato in grado di inserirmi nei loro dialoghi, il mio cervello era altrove, navigava nel trapassato remoto andando a ritroso di oltre cinquant’anni. Un viaggio relativamente breve e veloce; si deve percorrere l’autostrada del sole sino nei pressi di Piacenza e poi il nuovo tratto con uscita a Cremona. Poi il rettilineo lunghissimo che ci accompagna sino alla nostra meta.

120 km di percorso

La loro casa è all’ingresso del paese, costruita proprio sul sentiero dove una volta esisteva “la ruota” dove lavorò il suo bisnonno, suo nonno, suo padre, e dove inizio Lui a sette o otto anni. Erano lì che ci aspettavano, quando scendemmo tutti e tre dalla macchina, Bimbo non sbagliò la scelta, mi venne incontro e mi abbracciò non negando l’emozione, l’ultima volta che ci siamo visti non avevo più di quindici anni: “Tel che el me spinasinn, te recordet?” con quella simpatica cadenza del dialetto cremonese.

telaio per tessere le corde

Saliamo una decina di gradini ed eccoci in casa, l’accoglienza è la solita da queste parti, subito un bicchiere di quello buono e salame nostrano. “Te recordet, te recordet” … fuori le vecchie e ingiallite fotografie, io un bambino lui un aitante giovane, i miei genitori, i vecchi amici,  il setter del Pasquino, finalmente loro si ricordano il nome “Jack”. Il vecchio Mario Pasquino, che ha sposato sua sorella Maria, è ancora al mondo, ha superato di parecchio i novant’anni, è molto malato e abita sempre in Bovisa. Mi riprometto di andare a fargli visita.

Il tempo non è mai andato così velocemente, Alessio ci deve lasciare perché deve recarsi in centrale a ricevere la Manu che arriva da Sondrio … noi dobbiamo ritornare in bici, quanto impiegheremo? Dobbiamo ancora fare un giro in paese, vedere Contrada Nuova con la casa dei miei nonni, abbiamo il museo della corda da visitare, certamente dovremo intrattenerci con qualche vecchia conoscenza … ritorneremo a notte fonda. Angioletta rimane in casa e noi tre appiedati ci addentriamo nel vecchio borgo. E’ tutto come una volta, solo il selciato è nuovo. Passiamo subito davanti al vecchio portone, dove aveva l’officina di riparazione biciclette il Cecco (che curiosità poter vedere dentro), e poi ecco subito una nuova costruzione dove è stato allestito il museo della corda. Un impatto stupendo, l’odore caratteristico dei “picai” di una volta, tutti i vari strumenti per la lavorazione, il mio amico ingegnere è subito andato in fibrillazione: “questo a che cosa serve? Qui come si fa?” … Bimbo ha dovuto prendere in mano alcuni “picai” (piccoli pezzetti di corda), far partire “el rudin” e con l’entusiasmo e la passione di sempre, trasformare quei semplici pezzetti di corda in una fune resistentissima. Il tempo stringe, ho dovuto afferrarlo per un braccio e portarmelo fuori. Le strade erano deserte, nessuna vecchietta seduta fuori dall’uscio di casa, gli abitanti sono ridotti a circa cinquecento dei mille e cinque di una volta. Senza un lavoro se ne sono andati quasi tutti. I negozi sotto i portici cinquecenteschi sono tutti chiusi, non ci sono più i due negozi da barbiere, non c’è più la farmacia … solo portoni di legno antico chiusi con catenacci e lucchetti arrugginiti.  Qualche foto nei posti particolari che mi ricordavano la mia infanzia ed eccoci sulla piazza della chiesa, la maestosa piazza non è più circondata dai secolari platani che per abbracciarli ci volevano tre persone, hanno fatto una bella “rizzàda”, ma l’ombra che facevano quelle piante era preziosa e insostituibile. Sul lato della chiesa a sinistra la Contrada Nuova, vedo il vecchio campanile e la casa dei nonni, è tutto uguale o quasi! La strada non è più sterrata incorniciata sui lati da striscianti cespugli di campanule, erano multi colori e la rendevano unica in tutto il paese, ora è asfaltata: hanno tolto i fiori per fare posto alle solite auto. La porta d’accesso al campanile è la stessa, hanno solamente aggiunto un catenaccio in più. La porta di casa è sempre quella, in bella mostra c’è ancora la piccola targhetta di bronzo che raffigura la posizione della mano del Papa con le tre dita alzate, pollice indice e medio simboleggiano la Santa Trinità, mia zia Pina, atea, diceva che indicavano: “Mangià, Bèv e Lavorà nò!” Avevano cambiato solo i serramenti, gli attuali proprietari non erano in casa, mi sarebbe piaciuto entrare a curiosare, però Bimbo mi disse che l’interno era stato rifatto completamente. Abbiamo bussato alla porticina di una casa accanto e ne è uscita una gentile signora: Raffaella, la giovane avvenente della Contrada che era andata in sposa a Enrico il campanaro. Purtroppo è rimasta vedova, il suo campanaio e mio amico l’aveva lasciata da qualche anno. Dobbiamo stringere e chiudere il giro, ritorniamo a casa del “corder”, abbracciamo Angioleta e il suo uomo, un’ultima foto, inforchiamo i nostri cavalli di ferro e partiamo per il lungo viaggio.  Sono già le undici e diciassette, si parte sul percorso che mio nonno fece nel 1944 per ritornare in una Milano che davano completamente distrutta dai bombardamenti. La bicicletta era l’unico mezzo di trasporto e tutti erano in ansia per sapere se la casa esisteva ancora.

Guido Friz e Bimbo

Subito fermi sul ponte della Delmona per una foto, il canale che passava sotto casa nostra è praticamente scomparso, chiuso dalle erbacce si vede un ruscelletto con due dita di acqua ristagnante. Più avanti l’altro ponte con il “Navarolo”, sempre maestoso, e chissà se le acque dal colore “marrognol” che arrivano dall’Eridano sono ancora ricolme di alborelle, triotti, sgarzole, tinche, carpe, anguille e pesci gatto.

Elio Pravettoni

Alla prima rotonda si gira a sinistra e siamo sulla provinciale che collega Casalmaggiore con Cremona, un rettilineo senza fine, tutta la strada con il vento contro, i cambi avvenivano regolarmente. I paesi, a me molto noti, si susseguivano … Cingia de Botti, Cella Dati, Sospiro … Mi ritornavano alla mente le piccole stazioni che faceva il “Tramone” e l’allegra brigata dei “milanes” che andavano e tornavano dalla vacanza.

Siamo a Cremona, attraversiamo la città senza difficoltà, e facciamo la prima sosta proprio davanti a una fabbrica che ne è l’emblema: la Sperlari, produttrice del rinomato Turun. La prima delle ”T” che identificano l’immagine della città, le altre: Turass, Tugnass, Tetass, e aggiungo Mina perché è stata troppo grande.

Seduti al bar ci mangiamo un panino con formaggio e prosciutto cotto, io bevo una bottiglietta d’acqua, il mio socio prende un the caldo !?! Ripartiamo che è già suonato “il tocco”, il primo paese che incontreremo è Cavatigozzi, però avverto che qualcosa non funziona: i cambi non sono più regolari, il vento e sempre contro e sarà cosi sino alla fine. Guido è in difficoltà, quel the era un segnale. Comunque la mia adrenalina è alle stelle, mi metto davanti e mantengo costantemente i venticinque l’ora.  Acquanegra … Pizzighettone con il magnifico ponte sull’Adda e la cerchia di mura bastionate, raro esempio di fortificazione militare concepita nel medio evo. Ai piedi della vecchia rocca mi mangio la banana, Guido qualche tavoletta energetica. Abbiamo percorso una cinquantina di kilometri. Si riprende la provinciale, il traffico è abbastanza discreto, si pedala egregiamente senza passare nei paesi, Maleo sulla sinistra e poi i vari Cavacurta, Camairago, Castiglione d’Adda sulla destra che risalgono il percorso del fiume. Qualche fermata per riempimento borraccia e poi a macinare kilometri. Squilla il mio telefonino, è il Pippo che chiede notizie: “tutto ok”, “se avete bisogno chiamatemi”. Siamo fermi per un caffè e una barretta Enervit che chiama Marilli: “se te voeuret Mario?” “come va, dove siete” “siamo stanchi ma quasi a Lodi” “se siete in difficoltà telefonatemi”.  Guido è sempre più stanco, avevo scelto lui come compagno riconoscendolo come il migliore di tutti noi cicloturisti del gruppo Inps e viceversa devo essere io a menare la danza. Siamo sulla periferia di Lodi quando un crampo gli blocca la gamba. Subito fermi, per constatare l’entità del guaio, qualche leggero massaggio, qualche passo a piedi … il pensiero corre subito a Pippo e Mario che si erano offerti per un qualsiasi aiuto. Dai conti fatti avevamo ancora davanti una cinquantina di kilometri, un po’ meno se si teneva in considerazione la prima stazione della metro a San Donato. Friz, nella sua borsetta verde attrezzi che si tiene legata alla vita, aveva anche una corda di traino … (quella borsa è identica alle mutande di Eta Beta, ricordate?). Il dolore sembra acquietarsi, riproviamo a salire in bici, qualche lenta pedalata e poi una ripresa a quindici venti l’ora … continuo a domandare al mio compagno “come te ve?”, “meglio, meglio”.  Superiamo Lodi e ci presentiamo sulla Statale 9: la Via Emilia. E’ molto trafficata, però per alcuni lunghi tratti a lato c’è una corsia che possiamo chiamare d’emergenza, molto adatta per le biciclette. Mi preoccupano molto i ponti e cavalcavia che impegnano a uno sforzo superiore. Guido, però continua a rassicurarmi che tutto procede per il meglio: evidente che cominciava a sentire l’odore della stalla. San Grato, la Muzza, Tavazzano e Melegnano, siamo in dirittura d’arrivo … Sordio, San Giuliano e San Donato, faccio una proposta indecente: “prendiamo la metro?” “dai non fare il pirla che siamo a casa”.

Siamo a Rogoredo, per andare in Corvetto dobbiamo passare sotto la ferrovia, esiste uno scivolo per biciclette, lo percorriamo assieme a una moltitudine di pedoni poi all’uscita dall’altra parte troviamo gli scalini con un piccolo passaggio bici. Su quei maledetti scalini mi prendo una storta alla caviglia, mascheravo ma ero veramente stanco. In piazzale Corvetto mi venne alla mente nonno Vincenzo, quando vide la Milano distrutta, Il corso Lodi era impraticabile code e code di auto ma finalmente giungiamo in circonvallazione: “uè, anche questa è interminabile”.  Siamo all’altezza della nostra futura casa, il Pio Albergo Trivulzio, Guido deve girare a destra verso De Angeli: ci abbracciamo e ci facciamo gli elogi. L’indomani al campo non correremo perché avremo di che parlare.  Grazie Guido.

Ancora pochi kilometri, il Garmin ha quasi completamente esaurito la carica, deve resistere sino in via Sapri perché voglio rivedere il percorso completo … è fatta! Sono le diciotto e cinque, 6 ore e 46 minuti per un totale di km 119.730, c’è ancora il sole su questa stupenda giornata.  Grazie Alessio che mi hai dato una mano in quest’avventura. Ciao nonno, sei stato eccezionale.

 

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1 comment

  1. The Gardener

    Complimenti per la bellissima avventura fatta di pedalate e ricordi profondi ,scolpiti nell’animo. sinceramente tanto di cappello per questi uomini di ferro che dopo anni hanno solo un velo di ruggine ma sotto una tempra durissima.bellissime le foto d’annata grazie per aver scritto una cosi bella storia!

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